Ritratto di Marcel Proust

Last Updated on 6 Novembre 2021 by CB

Ha ragione Edmund White a dire, verso la fine del suo saggio biografico, che Proust può essere più adatto ai lettori di oggi rispetto a quelli del passato.  Perché, sostiene, man mano che ci si allontana dalla vita vissuta e dal periodo storico della Recherche, tutto diventa sempre più una favola, e Proust “la nostra Sharazad”  e il “supremo compositore dello spirito”.

“I lettori moderni sono sensibili alle instancabili e brillanti analisi dell’amore di Proust – scrive White – , perché non danno più l’amore per scontato, proprio come lui. Oggi, i lettori rendono sempre pubblico il personale, politico l’intimo, filosofico l’istintivo”.

Seguiamo la scia dell’osservazione extra-letteraria. Nel nostro presente – caratterizzato dall’infinito intrattenimento kitsch dell’esser-ci, e dall’esteriorizzare/estetizzare  il proprio privato, la propria ‘anima’, oscena nel suo essere sempre in scena – il racconto del ‘gossiparo’ (ma anche strenuamente dreyfusardo; la ‘dipendenza da salotto’ non annichilisce la sua coscienza civile)  Proust sociologicamente può essere più in sintonia con lo spirito del tempo. Si staglia però rispetto all’oggi per una caratteristica precisa: la centralità dell’Io; di un Io che organizza l’esperienza e le dà una nuova luce, psicologica e filosofica; un Io che coltiva e interroga forme estetiche ‘alte’ . Un Io che disseziona relazioni e discorsi amorosi, demistifica e in qualche modo disumanizza l’amore (o ne accarezza di continuo il mistero), quando racconta la passione di Charles Swann per Odette. “E pensare che ho buttato via degli anni, che ho desiderato morire, che il mio più grande amore l’ho avuto per una donna che non mi piaceva, che non era il mio genere!”.

In 150 pagine questo saggio racconta la vita e l’opera di Proust, leggero nella narrazione, nell’intrecciare le parole dell’opera con testimonianze diverse; a volte condensando concetti in una frase fulminea.

Sul modo proustiano d’amare e sul rito del ‘bacio della buonanotte’ che incatenava la madre dello scrittore ad assecondare i capricci isterici del figlio. “Non solo Proust non si liberò mai dalla sua dipendenza, ma essa divenne il modello dei suoi amori d’adulto, dal momento che per lui la passione amorosa si esprimeva come bisogno petulante, che diventava sempre più esigente quando veniva rifiutato”.

Sulla sua gelosia ossessiva per Albertine. “Spiare, indagare in segreto, interrogare per ore  – questo era il modo di amare di Proust: una passione giuridica, o l’amore come processo”. Sul modo d’imprigionare l’amato – più dell’amore, ciò che gratifica è il suo possesso (l’idea del suo possesso), per lo scrittore – che peraltro, quando Proust scrisse La Prigioniera, non era il suo autista Agostinelli (modello di Albertine), ma il giovane scrivano dedito alla trascrizione del romanzo, che viveva con lui relegato in una stanza.

Ecco, questo indaga soprattutto, il saggio di Edmund White. Il modo di amare di Proust – attento a non svelarsi alla società come omosessuale, e poi petulante, capriccioso, contorto, perverso, ‘profanatore’ degli affetti familiari – e l’aggancio con l’opera letteraria. Un racconto molto interessante  quando parla dell’adolescenza e delle prime passioni e amicizie dello scrittore; meno sorprendente nelle parti sulla maturità, ma sempre piacevole. Nella bibliografia, una ringraziamento particolare alla biografia di Jean-Yves Tadié.

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