Museo Casa Natale di Gabriele d’Annunzio

Last Updated on 26 Novembre 2003 by CB

La casa del Poeta è online. Si possono trovare notizie sulla sua famiglia, sulla sua “inimitabile” vita, con riferimenti letterari e fotografici. C’è l’impresa di Fiume. C’è la storia con Eleonora Duse.

I primi scambi epistolari tra loro due avvennero nel 1894 a Milano, tra il Grand Hotel, dove era ospite lei, e l’Hotel de Milan, dove lui alloggiava. L’incontro con d’Annunzio, di cui conosceva e amava già le opere, fu per lei un coup de foudre.

Ci sono i paesi e i luoghi d’Abruzzo di cui ha parlato nei suoi libri e gli artisti ai quali è stato legato. Il percorso online entra nelle singole stanze della “casa-museo”, che conservano arredi e mobili d’epoca e decorazioni pregiate.

Ogni stanza è illustrata con una didascalia che ripropone quei brani del “Notturno” in cui d’Annunzio ricorda, con ambienti e oggetti, le persone a lui care. Quando compose il “Notturno”, D’Annunzio aveva avuto un intervento agli occhi e doveva stare immobile, bendato. E’ dunque un testo fortemente sensoriale, ha una prosa impressionistica, musicale, piena di annotazioni, sogni, visioni, libere associazioni mentali.

Così descrive sua infanzia a Pescara:

«Le mura di Pescara, l’arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza coi suoi alberi patiti, l’angolo della mia casa negletta. È la piccola patria. È sensibile qua e là come la mia pelle. Si ghiaccia in me, si scalda in me. Quel che è vecchio mi tocca, quel che è nuovo mi repugna. La mia angoscia porta tutta la sua gente e tutte le sue età. La mia porta mi sembra più piccola. L’androne è umido e tacito come una cripta senza reliquie. Vacillo sul primo gradino della scala. Ho spavento del silenzio. Ho paura di vedere lassù le mie sorelle col capo velato. Un ragnatelo trema nell’inferriata che dà su la corte. Odo chiocciare. Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curta, mi calca. Soffro la mia casa fino al tetto, fino al colmigno, come se le avessi fatto le travature con le mie ossa, come se l’avessi scialbata col mio pallore. Non c’è nessuno in cima alla scala. Comprendo. Quel silenzio è pietà e pudore. La sventura è su la seconda soglia, e sola mi accompagna per mano.»

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Ivy Compton-Burnett

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