Diario di una scrittrice

Last Updated on 13 Giugno 2021 by CB

C’è una qualità che stupisce da subito nei diari di Virginia Woolf: la vivacità del suo pensiero, capriccioso, poliedrico, vibrante e svolazzante ma sempre ricco di una sua originale e sensibile profondità. E anche la sua amica scrittrice Elizabeth Bowen ne parla come di una persona of laughter and movement, di risa e movimento; in contrasto con certe sue foto dolenti e con la malinconica e un po’ parodistica Nicole Kidman nel film The Hours. Il ritratto più fedele di questa donna ironica, spiritosa e perfino caustica e sfrenata talvolta, lo troviamo proprio nelle sue pagine di diario, dove si alternano l’entusiasmo per una recensione benevola nei suoi confronti e poi l’incertezza per se stessa, la paura del fallimento, l’angoscia delle ultime giornate che precedono il suicidio e già immerse nella luce livida di una città sconvolta dalla guerra. Entrare nel mondo ritratto dal suo diario è come spiare nel laboratorio della sua scrittura, illuminando dall’interno il suo processo creativo. Ci sono impressioni sulle persone che frequenta, descrizioni delle nuvole e della natura, delle sensazioni, del tempo che fugge mentre non scrive quanto vorrebbe, nella costante auto-incitazione a fare meglio e di più. Nel suo lavoro è infatti intensa e implacabilmente autocritica.

E poi le impressioni da critico letterario. La Woolf legge molto, su alcuni scrittori è lapidaria, spesso animata da ben precise attrazioni e ripugnanze: la sua è una critica da autodidatta eccentrica, una critica idiosincratica. Per esempio l’Ulisse di Joyce è liquidato come prolisso, torbido, pretenzioso e plebeo. In compenso un giorno scrive di sentirsi oppressa per non avere ancora letto un ‘capolavoro’ come La principessa di Clèves.

Qua e là compaiono notazioni estetiche che poi ritroviamo esemplificate nella sua opera. A chi l’accusa di non aver creato, nel suo romanzo La camera di Jacob, personaggi che sopravvivano, lei risponde: «(…) Io non possiedo quel dono della ‘realtà’. Io disincarno, e fino a un certo punto volontariamente, perché diffido della realtà, della sua meschinità».

Oppure ci si imbatte in descrizioni di come un pensiero cominci a farsi parola e narrazione, come avviene nella fase ideativa del suo bellissimo romanzo: «La signora Dalloway si è ramificata in un libro; abbozzo qui uno studio della pazzia e del suicidio; il mondo visto dal sano e dal pazzo, fianco a fianco… o qualche cosa di simile». 

Dai ventisei volumi dei diari il marito Leonard Woolf otto anni dopo la morte di Virginia ne estrae una selezione, dando la priorità a tutto ciò che riguarda il suo lavoro di scrittrice. Privo della tenerezza profusa nelle Lettere per le persone che ama, il diario rivela soprattutto le dinamiche della sua mente creativa, l’alternanza ora maniacale ora depressiva dei suoi stati d’animo. Un’altalena (oggi diremmo da ‘disturbo bipolare’) vitale ma anche divorante per la scrittrice che ammette, alla fine, che la sola giustificazione del suo vivere è scrivere. Nelle ultime pagine l’angoscia diventa insopportabile. Perché, come scrive nella prefazione Ali Smith, più ci avviciniamo alla fine del diario «più diventa intollerabile il pensiero che questa persona sta per morire».

The International Virginia Woolf Society
The Bloomsbury Group

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